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LOVERE – ACCADEMIA TADINI

LOVERE - ACCADEMIA TADINI

Il conte Luigi Tadini (1745-1829) ben rappresenta la figura dell’aristocratico cresciuto nel clima dell’Illuminismo lombardo i cui interessi abbracciano vari campi del sapere, dell’arte e della natura. Sintesi emblematica del suo pensiero è l’epigrafe dedicatoria da lui fatta apporre sullo scalone d’ingresso della Galleria: A. MDCCCXXVI / LITTERIS ARTIBUS NATURAE / DICATUM.

Il progetto culturale del conte comprendeva l’apertura, a Lovere, di un museo per esporre al pubblico le proprie collezioni, e scuole di musica e di disegno, valido contributo alla formazione dei giovani come musicisti, pittori, disegnatori industriali ed artigiani. Nel tempo, questo progetto si è progressivamente consolidato: il Museo, riconosciuto da Regione Lombardia, rappresenta una tra le principali raccolte lombarde e una testimonianza importante della storia del collezionismo; le scuole di musica e di disegno, ancora attive, offrono possibilità di accostarsi alle discipline grafiche e musicali; la stagione concertistica, insieme alle attività musicali, è riconosciuta tra le più prestigiose.

La Galleria dell’Accademia Tadini ha sede nel palazzo neoclassico che si affaccia sul lago, fatto edificare, tra il 1821 e il 1826, dal conte Luigi che nel 1827 vi trasferì le opere e gli oggetti d’arte fino ad allora conservati nella sua residenza di Crema, aprendo al pubblico quello che può essere considerato il più antico museo dell’Ottocento in Lombardia dopo la Pinacoteca di Brera.

Cuore della collezione sono il bozzetto in terracotta della Religione e la Stele Tadini, opere di Antonio Canova con il quale il conte Tadini ebbe un rapporto privilegiato testimoniato da un fitto scambio di lettere. A queste si aggiungono numerosi dipinti, tra i quali capolavori di Jacopo Bellini, Paris Bordon, Fra Galgario, il Pitocchetto; una raccolta di bronzetti rinascimentali; una raccolta di porcellane di Meissen, Sevres e Capodimonte ed una biblioteca storica. L’Ottocento è documentato dai capolavori di Francesco Hayez e dalle sculture di Giovanni Maria Benzoni, che avviò la propria formazione presso l’Accademia Tadini.

Il Gabinetto delle antichità (o Gabinetto archeologico), ora valorizzato dal recente restauro, conserva l’allestimento voluto dal conte Luigi Tadini. Essendo uno tra i più antichi in Lombardia, accanto a quello istituito da Pier Vittorio Aldini presso l’Università di Pavia, costituisce una preziosa testimonianza della storia dell’archeologia in Italia.

Lo scenografo teatrale Luigi Dell’Era, autore della decorazione di tutte le sale, ha dipinto le pareti con motivi tratti dalle tavole delle Antichità di Ercolano esposte (Napoli, 1757-1792), mentre i quattro inserti ispirati alla ceramica a figure rosse riprendono i modelli pubblicati in Serie di pitture copiate da celebri vasi antichi, detti volgarmente etruschi (Venezia 1801); i modelli, acquistati dal conte Tadini, sono tuttora conservati nella storica Biblioteca. La decorazione rappresenta un esempio interessante di gusto archeologico erudito e storicista più che di stretta osservanza neoclassica.

La collezione esposta, di ampio respiro per la provenienza dei reperti, si è prevalentemente formata attraverso acquisti fatti dal conte Tadini durante il suo viaggio in Italia fra il 1793 e il 1797, allorché fece sosta a Roma e soggiornò in più occasioni a Napoli: l’ipotesi trova conferma nelle ricerche svolte fin qui sui materiali. Ad esempio è documentato l’acquisto di una ascia ad occhio in Calabria, mentre i timbri in bronzo di età romana (signacula) provengono dall’Italia Centrale e il conte ne venne in possesso durante questo viaggio, oppure successivamente tramite il mercato antiquario. I tre esemplari tuttora conservati (un quarto, documentato negli inventari, è perduto) servivano come strumenti di autenticazione e certificazione; sono dotati di un anello superiore per la presa e hanno iscrizioni con lettere prominenti, il che induce a pensare che fossero impressi su superfici dure, come il papiro. Il timbro più interessante è quello dell’imperatore Marco Aurelio Commodo, che regnò dal 180 al 192 d.C.

Anche per quanto riguarda le ceramiche, non ancora oggetto di uno studio specifico, si registra una decisa prevalenza di oggetti provenienti dall’Italia meridionale, tanto da rendere probabile l’ipotesi che si tratti di acquisti fatti durante il soggiorno nel Regno di Napoli. Vanno ricordati, ad esempio, i crateri a campana, la lekythos aryballica e lo skyphos tra le ceramiche apule a figure rosse del IV sec. a.C.; l’epichysis e l’oinochoe a bocca trilobata riferibili alla ceramica di Gnathia. A questi si aggiungono alcuni esempi di ceramica attica a figure nere (lekythos del VI/V secolo a.C.) e di ceramica corinzia (aryballos del terzo quarto del VI secolo a.C.). Alla cultura dei “viaggiatori del Grand Tour”, documentata dalla rara cassetta da viaggio del conte Tadini esposta in Biblioteca, rimandano anche i manufatti settecenteschi acquistati come antichi: due grandi crateri a colonnette e quattro lekythoi dipinte a freddo.

Per quanto riguarda i materiali protostorici, la cui cronologia risulta in questa sede difficilmente sintetizzabile, un recente studio ha consentito di ricondurre le armille all’Italia centrale e gran parte delle fibule all’Italia meridionale. La presenza di alcuni reperti per i quali si possono proporre confronti con l’area settentrionale o con la provincia di Bergamo suggerisce che Luigi Tadini abbia accolto anche materiali di provenienza locale. D’altro canto, la testimonianza di lady Wortley Montagu, che in una lettera del 3 settembre 1750 riferisce al marito del ritrovamento di sepolture sui monti intorno a Lovere e del tentativo di acquistare i reperti, testimonia occasionali ritrovamenti con successiva acquisizione dei materiali.

Restano ancora da studiare il gruppo di bronzetti, in gran parte italici o romani, e le sculture in marmo, queste ultime per lo più frammenti integrati in stucco per assumere la forma di busto.

Per quanto riguarda la collezione numismatica, la tipologia dei materiali non consente di risalire alla formazione delle raccolte, pervenute con il legato Tadini (1829) e la collezione di Giovanni Battista Zitti (acquisita nel 1913 con il legato Banzolini Storti), quest’ultima formata con chiaro intento esemplificativo essendo composta da una moneta per ogni imperatore e disposta in ordine cronologico.

Istituzione culturale di riferimento per l’area sebino-camuna, l’Accademia Tadini ha accolto i materiali provenienti da occasionali ritrovamenti per tutto il corso dell’Ottocento. In Accademia sono stati depositati i materiali provenienti dagli scavi sistematici condotti sotto la direzione scientifica della Soprintendenza Archeologica della Lombardia, nell’area della necropoli di Lovere nel 1955 e nel 1973, che successivamente la Soprintendenza ha provveduto a ritirare per procedere al restauro con fondi ministeriali, in vista di una futura esposizione degli stessi con criteri museografici idonei alla comunicazione dell’importanza del sito di Lovere.

Marco Albertario, Direttore della Galleria dell’Accademia Tadini