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CASAZZA – UN VILLAGGIO DI EPOCA ROMANA

CASAZZA - UN VILLAGGIO DI EPOCA ROMANA

La Valle Cavallina prende nome da Cavellas, insediamento che in epoca romana occupava il fondovalle dove ora sorge Casazza.

Il ritrovamento occasionale di alcune sepolture, avvenuto nell’Ottocento, ha favorito la ricerca e poi la scoperta di un importante insediamento, sepolto sotto i depositi alluvionali del torrente Drione. I resti murari crollati, i piani pavimentali, i focolari e altri documenti dell’attività umana si susseguono in una stratigrafia complessa che presenta lo spessore di circa un metro; tutto il villaggio risulta infine sigillato sotto le numerose alluvioni del torrente che ha formato un deposito dello spessore di circa quattro metri, conservando nel tempo i resti materiali di una vicenda umana durata circa cinque secoli.

Il sito risulta di particolare importanza sia per l’estensione che per l’unicità nell’ambito della Valle Cavallina e territori circostanti, oltre che per la durata nel tempo; il ritrovamento di resti che documentano l’allevamento del bestiame, la coltura dei cereali e la tessitura domestica della lana conferiscono al sito una forte connotazione agraria.

I resti del villaggio sono rimasti sigillati dai depositi e nascosti per circa quattordici secoli sotto una coltre alluvionale costituita da argilla, sabbia, ghiaia, trasportati dal torrente Drione in occasione di eventi alluvionali di alternata intensità. In epoca preistorica l’insediamento sul fondovalle risultava, nella media Valle Cavallina, fortemente condizionato dalla presenza di aree umide e di ambienti palustri, poco propizi alle colture ma che hanno favorito presuntivamente una frequentazione per attività di raccolta e di pesca.

La nascita del villaggio, il cui nome è con tutta probabilità da identificarsi in Cavellas, polarizza per la prima volta un asse stradale sul fondovalle e crea l’occasione per le bonifiche e la progressiva acquisizione di nuove terre alle colture del seminativo. Alla scomparsa di Cavellas, attorno al VI secolo, il nome si conserva per qualche tempo nel villaggio assai più modesto che accompagna la nascita della Pieve di San Lorenzo; in epoca altomedioevale è probabilmente da identificarsi con il pagus Cavellius citato in documenti dell’VIII e XI secolo; il toponimo Cavellas, scomparso attorno al Mille, si va fissando poi nel nome della Valle Cavallina, attraverso il ruolo della istituzione plebana.

Nelle immagini di inizio secolo la conca di Casazza si presenta come una piana alluvionale leggermente rilevata in corrispondenza dello sbocco a valle del torrente Drione. Nel complesso il contesto territoriale non è molto diverso da quello descritto nei documenti del XVI-XVIII sec. allorché gli unici insediamenti presenti in quest’area erano la Pieve di San Lorenzo, gli edifici della Casazza e, verso Monasterolo, il molino di Brione; anzi in epoca romana la conca risultava più densamente insediata rispetto al XVIII/XIX sec.

Il corso del torrente Drione ha subito numerosi cambiamenti prima di giungere all’attuale collocazione ad ovest del centro abitato, ricoprendo il conoide di frequenti alluvioni e sopralzandolo nella parte centrale. La confluenza del Drione nel Cherio ha pertanto subito repentine migrazioni contribuendo a generare diversi ambienti umidi, dislocati lungo il corso fluviale. A est del tracciato della medievale Strata Comunis Pergami, coincidente nell’Ottocento con la Regia Strada Postale austro-ungarica, tutti i terreni risultano sottoposti a bonifica con formazione di canali per il deflusso dell’acqua. E’ probabile che la strada medievale ripercorra in buona sostanza il precedente tracciato d’epoca romana che, staccandosi da Carobbio, raggiungeva la Valle Cavallina, poi Lovere, Rogno e Cividate Camuno.

In Valle Cavallina, lungo questo asse originario, si sono localizzati quasi tutti i ritrovamenti e gli insediamenti d’età romana.

L’individuazione del giacimento archeologico è conseguenza dei lavori effettuati per la realizzazione di edifici civili e commerciali, condotti in due diverse occasioni e in luoghi contigui, a ridosso del tracciato della SS 42.

E’ stato così possibile esplorare due distinte aree, oggetto di scavo in tempi diversi: la prima nel 1986/87, la seconda nel 1992/93 e nel 1996.

Gli scavi condotti fino ad ora sono stati d’emergenza e quindi fortemente condizionati dalle esigenze del cantiere edilizio in atto; la prospettiva futura prevede di proseguire con scavi di ricerca mirati, per comprendere le sequenze stratigrafiche ad oggi solo parzialmente indagate. In entrambe le aree sono emersi resti di edifici, con muratura in pietra e malta di calce, costitutivi di un villaggio il cui perimetro esterno non è stato determinato, visto che le murature proseguono oltre l’area d’indagine.

Gli alzati, che si sono conservati per circa un metro o anche più, delimitano ambienti a forma quadrata o rettangolare, con deposizioni archeologiche pluristratificate, che identificano tre principali macro-fasi costruttive. Talvolta le strutture più recenti inglobano o insistono su quelle più antiche, utilizzandole come fondazioni, mentre in altri casi i crolli o le demolizioni, non asportati, vengono livellati e coperti da nuovi piani pavimentali.

Nonostante nel corso di cinque secoli il complesso sia stato oggetto di ristrutturazioni e modifiche anche sostanziali, è comunque possibile riscontrare, sin dalla sua prima fase, un progetto generale organico e articolato.

Il primo lotto dei lavori di scavo, condotto nel 1987, ha rivelato un grande edificio, con ambienti di buone dimensioni, con lati anche di sei-sette metri, appartenenti a fasi costruttive e ad epoche diverse; uno degli ambienti in particolare conservava abbondante materiale ceramico da mensa, come olle, coperchi, tegami peduncolati e segnalava attività artigianali legate ad ambienti domestici, come una piccola macina in porfido per cereali.

La presenza di basi in pietra, a forma di parallelepipedo, fa supporre l’impianto di pilastri in legno per sorreggere impalcati o tettoie. Il complesso, forse attribuibile ad una statio, risulta inesplorato lungo il lato a est; l’intervento archeologico ha permesso di asportare i depositi stratigrafici lasciando in situ le murature.

La campagna di scavo del 1992 ha interessato un’area di circa 1000 mq, nella località Brolo, poco distante dai precedenti scavi del 1987; sono stati effettuati interventi mirati di asportazione dei depositi stratigrafici in corrispondenza dei punti di posizionamento dei plinti di fondazione dell’edificio soprastante.

Gli ambienti indagati, di diversa ampiezza, tra loro connessi a formare edifici di varia misura, sono di forma rettangolare, a volte separati da stretti corridoi; i crolli evidenziano la copertura dei tetti in tegoloni, mentre le pavimentazioni sono ottenute con base in ciottoli medio piccoli e copertura di malta o semplicemente con acciottolato; alcune pareti interne risultavano intonacate e in molti casi le soglie d’acceso agli edifici sono segnalate da caratteristiche lastre in pietra calcarea locale. I depositi pluristratificati sono il risultato di più sequenze costruttive, susseguitesi nei medesimi spazi, non sempre in continuità cronologica, con variazione delle volumetrie, dell’orientamento e delle caratteristiche degli ambienti. Addossati agli spazi abitativi, caratterizzati dalla presenza di numerosi focolari, sono stati identificati spazi dedicati all’allevamento del bestiame, alla loro macellazione, alla lavorazione del latte e in generale ad attività artigianali.

La tecnica edilizia dell’impianto di Casazza si inserisce nel filone rappresentato dalla cultura di tipo alpino, cosiddetta retica, che tra protostoria ed età romana, accomuna gli edifici della Val Cavallina, della Val Seriana e della Valle Camonica. La maggior parte del deposito archeologico non è stata ancora sottoposta a scavo archeologico e i futuri interventi, che si svilupperanno nei prossimi decenni, permetteranno di affrontare una ricerca importante sulla evoluzione della cultura locale durante il periodo dall’età romana sino all’epoca tardo antica.

Il sito di Cavellas lascia aperte molteplici ulteriori potenzialità di ricerca e di esplorazione per la quantità di ambienti ancora sepolti sotto le macerie; lo scavo potrà consentire la convivenza tra ricerca scientifica e sviluppo di ulteriori attività didattiche.

Federica Matteoni, Archeologa Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
Mario Suardi, Direttore del Museo della Val Cavallina